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Storia della calzatura friulana

Cenni storici sulla storia e diffusione delle Calzature Friulane

Le CALZATURE FRIULANE, conosciute nel territorio con denominazioni differenti quali scarpèts, scarpez, scarpetti, furlanis, furlane e altri termini locali, appartengono a una tradizione artigianale profondamente radicata nella cultura materiale del FRIULI. La loro storia è strettamente legata alla vita delle comunità rurali e montane, alla disponibilità limitata di materie prime e alla capacità delle famiglie di trasformare materiali semplici, spesso di recupero, in una calzatura funzionale, leggera, confortevole e resistente.


La tradizione carnica
Uno dei principali luoghi di conservazione e sviluppo di questa tradizione è la CARNIA, dove la lavorazione degli scarpèts si inserisce in una più ampia cultura tessile e manifatturiera. La costruzione tradizionale prevedeva l'impiego di ritagli di tessuto, vecchie tele, canapa e spago, assemblati mediante cucitura e sovrapposizione di numerosi strati. La realizzazione era prevalentemente domestica e il lavoro era affidato soprattutto alle donne, che trasformavano materiali disponibili all'interno dell'economia familiare in una calzatura destinata all'uso quotidiano.

La documentazione storico-etnografica oggi disponibile consente di collocare con certezza la presenza degli scarpèts in Carnia almeno all'inizio del XIX secolo. Una ricerca di Monica Peron, realizzata per il Museo Carnico delle Arti Popolari “Michele Gortani”, ha individuato presso l'Archivio di Stato di Udine un atto dotale di Sostasio, nel territorio dell'attuale comune di Prato Carnico, datato 9 SETTEMBRE 1826, nel quale compare il termine scarpis. La stessa ricerca segnala inoltre documenti di Cercivento del 1803 e del 1808 nei quali compaiono riferimenti a “scarpe e pantofole”. Tali testimonianze possono essere considerate possibili antecedenti della tradizione, ma non consentono di stabilire con assoluta certezza che si tratti già degli scarpèts nella forma specifica successivamente documentata.

È inoltre importante distinguere l'antica presenza del termine scarpis dalla storia specifica degli scarpèts carnici. La parola, con il significato generale di “scarpe”, risulta infatti documentata in Friuli già in EPOCA MEDIEVALE, con attestazioni individuate a Udine nel XIV e XV secolo. Ciò testimonia l'antichità del termine e del lessico relativo alla calzatura, ma non costituisce di per sé una prova dell'esistenza, in quell'epoca, della particolare tecnica costruttiva degli scarpèts tradizionali.
La cultura tessile della Carnia e il ruolo di Jacopo Linussio
Per comprendere la storia delle Calzature Friulane è necessario considerare il particolare contesto economico e produttivo sviluppatosi in Carnia tra il Settecento e l'Ottocento. La lavorazione tessile costituiva infatti una componente importante dell'economia locale e coinvolgeva non soltanto le manifatture organizzate, ma anche una vasta rete di lavorazioni domestiche.
In questo contesto assume particolare rilievo la figura di JACOPO LINUSSIO (1691–1747), imprenditore carnico che contribuì in maniera determinante allo sviluppo della manifattura tessile di Tolmezzo. Dopo un periodo di formazione a Villach, in Carinzia, Linussio rientrò in Carnia e avviò la propria attività nel 1717, sviluppando successivamente una grande organizzazione manifatturiera nella quale erano integrate la preparazione delle materie prime, la produzione, il lavoro a domicilio e la commercializzazione.
L'importanza di Linussio per la storia delle Calzature Friulane non deve essere intesa come quella di un inventore degli scarpèts o come quella di un commerciante documentato direttamente di tali calzature. Allo stato attuale delle ricerche non è infatti stata individuata una fonte primaria che permetta di attribuirgli direttamente la produzione o la diffusione degli scarpèts.
Il suo ruolo è piuttosto quello di rappresentare una figura fondamentale nello sviluppo della cultura tessile e dell'organizzazione produttiva carnica. La sua attività contribuì a consolidare una rete di produzione e commercio che collegava la Carnia con territori più ampi, compresa VENEZIA e l'area austriaca e germanica. Il rapporto con Venezia è particolarmente significativo, mentre il percorso formativo di Linussio a Villach testimonia l'esistenza di relazioni economiche e professionali tra la Carnia e il mondo mitteleuropeo già nel XVIII secolo.
Questo quadro costituisce un importante contesto storico per comprendere la successiva circolazione dei manufatti tessili e delle produzioni artigianali carniche. Non è però corretto stabilire un rapporto diretto del tipo “Linussio → scarpèts”, in assenza di una documentazione specifica. È più corretto considerare Linussio come uno dei protagonisti del processo che contribuì a inserire la Carnia in una rete produttiva e commerciale sovralocale.


La diffusione al di fuori della Carnia
Nel corso dell'Ottocento la produzione delle calzature tradizionali si diffuse progressivamente anche in altre aree del Friuli e del territorio montano limitrofo, assumendo caratteristiche differenti in relazione alle risorse disponibili e alle tradizioni locali.
Particolare rilievo hanno i centri di CLAUT e CIMOLAIS, in Valcellina, dove le fonti collocano la produzione domestica degli scarpèts a partire dalla metà del XIX secolo. La lavorazione era affidata alle donne, che non si limitavano alla produzione destinata all'uso familiare, ma realizzavano calzature destinate anche alla vendita al di fuori del territorio, attraverso forme di commercio ambulante. Anche in questo caso non è oggi disponibile una documentazione sufficiente per fissare un preciso anno di inizio della produzione.
Un ulteriore sviluppo è documentato a GONARS, dove una fonte locale colloca intorno al 1855 l'origine della produzione delle prime ciabatte del paese. In una prima fase venivano utilizzati materiali semplici, tra cui il cartoccio di mais; verso il 1880 si sviluppò la produzione di ciabatte realizzate con stoffa riciclata. Questa esperienza si inserirà successivamente nella più ampia evoluzione della tradizione calzaturiera locale.
Gli stafetz di San Daniele
Un capitolo particolarmente significativo nella storia della diffusione delle Calzature Friulane riguarda SAN DANIELE DEL FRIULI, dove la tradizione degli stafetz, o scarpetz, si trasformò progressivamente da attività domestica a vera e propria produzione commerciale e successivamente industriale.
Secondo la tradizione locale, considerata da alcune fontes come l'origine della produzione commerciale degli stafetz sandanielesi, un ruolo fondamentale sarebbe stato svolto da CATERINA POLITI, detta Catine. Originaria di Spilimbergo, Caterina aveva sposato Giovanni Battista Marcuzzi, originario di Clauzetto, che nel 1885 si sarebbe trasferito stabilmente a San Daniele, dove gestiva un piccolo negozio di cappelli.
Gli stafetz, chiamati anche scarpetz, erano pianelle o pantofole di stoffa, caratterizzate da una suola realizzata con tela di juta e cucita a mano con lo spago. Caterina avrebbe iniziato a confezionarle durante il lavoro domestico quotidiano, mentre il marito, da buon commerciante originario della Val d'Arzino, provvedeva alla vendita nei mercati e nelle fiere. Gli stafetz venivano inoltre esposti e commercializzati nel negozio di cappelli della famiglia Marcuzzi.


Queste calzature si distinguevano dalle dalmine, cioè dagli zoccoli dalla caratteristica forma a barca, con o senza chiodi destinati a migliorare l'aderenza sul ghiaccio. Gli zoccoli erano particolarmente diffusi nelle campagne e nelle comunità rurali, mentre gli stafetz offrivano una soluzione più leggera e flessibile, soprattutto per gli ambienti domestici e per determinate attività lavorative.
Gli stafetz non sarebbero quindi stati inventati da Caterina Politi. Il suo merito, secondo questa ricostruzione, sarebbe piuttosto quello di aver trasformato una calzatura già conosciuta e realizzata in ambito domestico in un prodotto commerciale, organizzando una piccola attività artigiana alla quale partecipavano anche alcune apprendiste.
L'attività nacque dunque sostanzialmente all'interno delle abitazioni, secondo una modalità produttiva simile a quella di altri mestieri domestici friulani, come i seggiolai di Manzano e i cestai. Il lavoro femminile ebbe un'importanza fondamentale: le donne confezionavano le calzature mentre la vendita e la distribuzione potevano essere affidate agli uomini, che percorrevano mercati e fiere.
Nel 1915 la produzione aveva raggiunto una dimensione tale da coinvolgere diversi laboratori. Oltre a quello dei Marcuzzi e dei loro figli, vengono ricordati i fratelli Querini, Virginia Polano, Ippolito Biasutti, Virgilia Peverini e Donato Diamante, insieme ad altri piccoli produttori.
La situazione cambiò radicalmente con gli eventi della PRIMA GUERRA MONDIALE e, in particolare, con l'invasione austro-tedesca del 1917 e il conseguente movimento degli sfollati. La diffusione delle persone provenienti dal Friuli verso altre zone d'Italia contribuì a far conoscere le calzature di San Daniele in un territorio molto più ampio. L'aumento della domanda favorì la moltiplicazione dei laboratori, alcuni dei quali si trasformarono progressivamente in piccole aziende industriali.
Dopo il 1919 vengono ricordate diverse imprese e realtà produttive, tra cui lo Scarpettificio Friulano Cooperativo, Lepanto, Follieri, I.C.I.E.A., i successori di Silvio Marcuzzi, Melchior, P.E.L.A.S. (Pantofoleria Estiva, Invernale e Affini) a San Daniele, Antonio Battigelli, Zannier, Cesare Fiorucci e Fratelli Cosmai. A queste si aggiungevano numerosi laboratori presenti nei centri vicini, fra cui Maiano, Fagagna, Ragogna, Madrisio, Rodeano, Rive d'Arcano e Buja.
Nel 1920 Severo Melchior, Giovanni Tomada e Davide Peressutti introdussero le prime macchine nella produzione. Nel 1925 Severo Melchior, che aveva iniziato a San Daniele la lavorazione delle pantofole di tipo viennese, tentò anche la produzione di sandali di cuoio. Parallelamente rimase attiva la produzione delle tradizionali calzature friulane.
La vicenda di San Daniele mostra quindi un passaggio importante: un manufatto nato e sviluppatosi nell'ambito dell'economia domestica venne progressivamente trasformato in un prodotto commerciale, quindi in una produzione organizzata e infine in una vera e propria attività industriale.
Gonars e la tradizione calzaturiera della Bassa Friulana
Lo stesso tipo di artigianato prosperò anche a GONARS, nella campagna della Bassa Friulana. La produzione locale rappresenta un ulteriore esempio di come la fabbricazione di calzature povere, realizzate con materiali semplici e spesso recuperati, potesse diventare un'attività economica importante per intere comunità.
Secondo una testimonianza locale, ogni casa di Gonars era idealmente protetta dall'immagine di San Crispino, patrono dei calzolai. All'epoca alla quale si riferisce la fonte, circa un quarto dei 2.500 abitanti del paese, in prevalenza donne, era impegnato nella produzione di calzature, fra cui scarpe friulane, zoccoli e ciabatte.


La produzione non rimaneva confinata al paese. Una parte significativa della popolazione era infatti coinvolta nello smercio ambulante dei manufatti, che venivano portati nei centri della regione, compresa Udine. A Pordenone, Sacile e in altri centri si sviluppò inoltre una particolare specializzazione: gli zoccoli potevano essere completati con le tomaie provenienti da Gonars, creando così una collaborazione tra differenti fasi produttive.
Anche la preparazione delle suole in legno costituiva un'attività specializzata. Le suole potevano essere lasciate semplici oppure arricchite con incisioni e decorazioni di carattere pittografico. Una tradizione locale ricorda, in questo ambito, il laboratorio di Artemisio Tondon, che avrebbe avviato la propria attività circa cinquant'anni prima della testimonianza.
La presenza di una produzione organizzata e diffusa a Gonars assume particolare interesse nel confronto con San Daniele. È stata infatti avanzata l'ipotesi che San Daniele possa avere sviluppato la propria produzione commerciale degli stafetz anche attraverso l'osservazione e l'emulazione di esperienze artigianali già presenti a Gonars. Si tratta però di un'ipotesi interpretativa e non di un rapporto documentato in modo definitivo.
Le produzioni di Gonars comprendevano anche manufatti destinati a esigenze particolari, come stivaloni da palude e scarpòni impermeabili per gli sterratori. Si trattava nel complesso di un artigianato povero, basato sul massimo sfruttamento delle risorse disponibili: stracci, tela da sacco, spago, legno e persino copertoni usati di biciclette potevano essere recuperati e trasformati per rinforzare le suole delle calzature friulane.
La varietà delle lavorazioni e la presenza di una rete di produzione, vendita ambulante e commercializzazione dimostrano come la calzatura rappresentasse per molte famiglie non soltanto un bene d'uso, ma anche una concreta fonte di reddito. Ad alcuni di questi artigiani veniva attribuito il soprannome di pezzotàr, probabilmente collegato proprio all'impiego di pezzotar.
La tradizione calzaturiera di Gonars e quella successivamente sviluppatasi a San Daniele appartengono dunque allo stesso più ampio fenomeno di trasformazione dell'artigianato domestico friulano. Le due realtà si svilupparono tuttavia in contesti differenti e non è possibile stabilire, sulla base delle fonti attualmente disponibili, un rapporto lineare di derivazione tra l'una e l'altra.
Alcune testimonianze hanno ipotizzato che San Daniele possa avere sviluppato e commercializzato la propria produzione di stafèz anche guardando a esperienze artigianali già presenti nella pianura friulana, tra cui quella di Gonars. Questa interpretazione deve però essere considerata un'ipotesi e non un fatto storico definitivamente documentato.
Dalla produzione artigianale alla piccola industria
L'esperienza di San Daniele e quella di Gonars mostrano due aspetti complementari della trasformazione della calzatura friulana.
A Gonars rimase particolarmente forte il carattere domestico e familiare della produzione, integrato da forme di vendita ambulante e da una specializzazione nelle diverse fasi della lavorazione degli zoccoli e delle calzature.
A San Daniele, invece, soprattutto tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, la produzione degli stafèz si orientò progressivamente verso una maggiore organizzazione, con laboratori specializzati, apprendiste, macchinari e successivamente vere e proprie aziende.
L'invasione del 1917 rappresentò in questo processo un fattore di accelerazione commerciale. Lo spostamento degli sfollati friulani contribuì infatti alla diffusione geografica delle calzature prodotte localmente, ampliandone la conoscenza e la domanda.
Questa trasformazione non cancellò immediatamente la produzione tradizionale. Per molti anni la lavorazione artigianale e quella più organizzata continuarono a convivere, mantenendo in comune tecniche, materiali e conoscenze.
Evoluzione dei materiali e l'introduzione della gomma
Uno degli sviluppi più significativi nella storia della Calzatura Friulana riguarda l'EVOLUZIONE DELLA SUOLA. Alla tradizionale costruzione costituita da numerosi strati di tessuto, che potevano arrivare secondo la tradizione a circa ventiquattro strati, si affiancarono progressivamente materiali differenti.
La documentazione e la tradizione locale attestano, in particolare, l'impiego di GOMMA DI RECUPERO, compresi i vecchi copertoni di bicicletta, utilizzati per aumentare la resistenza della suola e migliorarne alcune caratteristiche funzionali.
L'impiego dei copertoni è storicamente documentato, ma le fonti attualmente disponibili non permettono di stabilire con sufficiente certezza l'anno preciso della loro introduzione nella produzione delle Calzature Friulane, né di attribuire tale innovazione a un singolo centro o a una specifica persona.
Per questa ragione, nella ricostruzione storica è opportuno evitare di fissare una data precisa per l'introduzione della gomma, distinguendo questo passaggio dalla successiva evoluzione industriale delle produzioni di San Daniele e di altri centri friulani.
La trasformazione della suola rappresenta comunque un passaggio importante nell'evoluzione della calzatura: il principio tradizionale del recupero e del riuso dei materiali rimase infatti invariato, mentre cambiarono progressivamente i materiali utilizzati per migliorare resistenza, durata e adattabilità della calzatura.


La presenza delle Calzature Friulane a Venezia
La diffusione delle Calzature Friulane al di fuori del territorio di origine trova una testimonianza particolarmente significativa a VENEZIA.
Una fonte relativa alla moda e alla produzione veneziana del XVIII secolo riporta un provvedimento del Senato della Repubblica di Venezia del 18 LUGLIO 1724, con il quale veniva vietato l'ingresso in città delle cosiddette “Papuzze”, indicate come calzature provenienti dal Friuli o dal Cadore e considerate una forma di concorrenza per i calegheri e gli zavateri, cioè i calzolai e ciabattini veneziani.
Questo documento rappresenta una testimonianza di particolare interesse perché consente di affermare che, già nel 1724, calzature provenienti dall'area friulana o dal Cadore erano sufficientemente presenti sul mercato veneziano da determinare un intervento delle autorità a tutela della produzione locale.
È tuttavia necessario mantenere una distinzione documentaria: il provvedimento dimostra la circolazione commerciale delle Papuzze a Venezia, ma non permette, allo stato attuale delle ricerche, di stabilire se tali calzature fossero già allora utilizzate dai gondolieri o da altre categorie specifiche di lavoratori.
La documentazione veneziana successiva offre ulteriori elementi. Nel 1890, le Pagine Friulane descrivono gli stafèz o scarpèz come calzature di stoffa e ricordano che a Venezia erano conosciuti come “FURLANE”. La stessa testimonianza ne collega l'impiego al lavoro dei barcaioli e, in particolare, dei peàteri.
Si tratta di una testimonianza importante perché dimostra che, alla fine del XIX secolo, la calzatura friulana era ormai integrata nell'ambiente professionale della navigazione veneziana.
Dalle furlane ai gondolieri
Il rapporto tra le Calzature Friulane e i gondolieri veneziani appartiene ad una fase successiva e deve essere trattato con particolare cautela.
La tradizione veneziana ha associato le furlane all'uso dei gondolieri, soprattutto per le caratteristiche della loro SUOLA MORBIDA, adatta alle superfici lignee delle imbarcazioni e tale da consentire una buona aderenza senza danneggiare il legno. Tuttavia, le fonti attualmente individuate non consentono ancora di stabilire con certezza l'anno nel quale i gondolieri iniziarono ad utilizzare sistematicamente questa calzatura.
La documentazione disponibile permette quindi di ricostruire una sequenza storica più prudente e solida: nel 1724 sono documentate a Venezia le Papuzze provenienti dal Friuli o dal Cadore; nel 1890 gli stafèz o scarpèz sono descritti come furlane utilizzate dai barcaioli; in epoca successiva la tradizione ne associa l'uso anche alla categoria dei gondolieri.
Non è invece ancora possibile stabilire documentalmente se esista un rapporto diretto tra l'introduzione della suola in gomma e l'adozione delle furlane da parte dei gondolieri, né attribuire tale passaggio a un preciso momento storico.
Anche l'ipotesi di collegare l'introduzione della calzatura nel mondo veneziano agli effetti della grande peste del 1630–1631 non trova, allo stato attuale, una documentazione sufficiente. La questione rimane pertanto un'interessante pista di ricerca archivistica, ma non deve essere presentata come un fatto storico acquisito.


Una tradizione fondata sul riuso, sul lavoro manuale e sull'adattamento
La storia delle Calzature Friulane evidenzia dunque un percorso nel quale necessità, capacità artigianale, disponibilità dei materiali e adattamento alle diverse condizioni di vita hanno avuto un ruolo determinante.
Dalla tradizione domestica carnica alla diffusione in Valcellina, Gonars e San Daniele, fino alla presenza documentata a Venezia, lacalzatura ha mantenuto alcuni caratteri fondamentali: l'utilizzo di materiali tessili, il recupero e il riuso, la sovrapposizione degli strati, la cucitura e il prevalente intervento manuale.
La vicenda di Gonars e quella di San Daniele mostrano inoltre come una medesima cultura materiale potesse assumere forme produttive differenti. Nel primo caso rimase particolarmente evidente il carattere domestico e familiare dell'attività, integrato dalla vendita ambulante e dalla specializzazione nella lavorazione degli zoccoli e delle calzature. Nel secondo, la produzione degli stafèz si trasformò progressivamente in un'attività commerciale organizzata e, nel corso del Novecento, in una produzione di carattere industriale.
La diffusione delle Calzature Friulane non deve quindi essere interpretata come il risultato di un unico centro produttivo o di un singolo artefice, ma come il risultato di una circolazione di saperi, materiali, persone e manufatti sviluppatasi nel tempo tra le diverse comunità del Friuli e i territori con i quali esse intrattenevano rapporti commerciali.
In questo processo la CARNIA occupa un ruolo centrale non soltanto per la documentata antichità della tradizione degli scarpèts, ma anche per il più ampio contesto tessile e produttivo nel quale questa tradizione si è sviluppata. La figura di Jacopo Linussio rappresenta, in tale prospettiva, un riferimento fondamentale per comprendere la crescita della cultura manifatturiera carnica e l'inserimento della regione in reti commerciali che collegavano il territorio con Venezia e con l'area alpina e mitteleuropea.